INDEX

HOME-MENU

LA POESIA NELLA MUSICA

LE MIE POESIE-DOLCELUNA

 GUESTBOOK

PRIMA DI ANDARTENE

 

INCONTRO ALLA POESIA SU FACEBOOK!  : http://www.facebook.com/pages/Incontro-alla-Poesia

 

 

UGO    FOSCOLO

 

 

 

 

 

 

Se a te i miei versi piacciono
Anch'io poeta or sono...

 

 

 

A Zacinto    

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

 

 

 

Di se stesso all'amata

Così gl'interi giorni in lungo incerto
Sonno gemo! ma poi quando la bruna
Notte gli astri nel ciel chiama e la luna,
E il freddo aer di mute ombre è converto;

Dove selvoso è il piano e più deserto
Allor lento io vagando, ad una ad una
Palpo le Piaghe onde la rea fortuna
E amore, e il mondo hanno il mio core aperto.

Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino,
Ed or prostrato ove strepitan l'onde,
Con le speranze mie parlo e deliro.

Ma per te le mortali ire e il destino
Spesso obbliando, a te, donna, io sospiro:
Luce degli occhi miei chi mi t'asconde?

  

 
 

Alla sera

Forse perchè della fatal quiete
tu sei l'immago, a me si cara vieni,
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,
e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all'universo meni,
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

  

 

All'amata

Meritamente, però'ch'io potei
Abbandonarti, or grido alle frementi
Onde che batton l'alpi, e i pianti miei
Sperdono sordi del Tirreno i venti.

Sperai, poiché mi han tratto uomini e Dei
In lungo esilio fra spergiure genti
Dal'bel paese ove or meni sì rei,
Me sospirando, I tuoi giorni fiorenti,

Sperai che il tempo, e i duri casi, e queste
Rupi ch'io varco anelando, e le eterne
Ov'io qual fiera. dormo atre foreste,

Sarien ristoro al mio cor sanguinente;
Ahi, vóta speme! Amor fra l'ombre inferne
Seguirammi immortale, onnipotente.

 

 

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.

 

A Firenze

E tu ne' carmi avrai perenne vita 
Sponda che Arno saluta in suo cammino 
Partendo la città che del latino 
Nome accogliea finor l'ombra fuggita. 

Già dal tuo ponte all'onda impaurita 
Il papale furore e il ghibellino 
Mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino 
Del fero vate la magion s'addita. 

Per me cara, felice, inclita riva 
Ove sovente i piè leggiadri mosse 
Colei che vera al portarnento Diva 

In me volgeva sue luci beate, 
Mentr'io sentia dai crini d'oro commosse 
Spirar ambrosia l'aure innamorate.

 

 

Non son chi fui; perì di noi gran parte: 
questo che avvanza è sol languore e pianto. 
E secco è il mirto, e son le foglie sparte 
del lauro, speme al giovenil mio canto.

Perché dal dì ch'empia licenza e Marte 
vestivan me del lor sanguineo manto, 
cieca è la mente e guasto il core, ed arte 
la fame d'oro, arte è in me fatta, e vanto.

Che se pur sorge di morir consiglio, 
a mia fiera ragion chiudon le porte 
furor di gloria, e carità di figlio.

Tal di me schiavo, e d'altri, e della sorte, 
conosco il meglio ed al peggior mi appiglio, 
e so invocare e non darmi la morte.

 

 

Te nudrice alle muse, ospite e Dea 
le barbariche genti che ti han doma 
nomavan tutte; e questo a noi pur fea 
lieve la varia, antiqua, infame soma.

Ché se i tuoi vizi, e gli anni, e sorte rea 
ti han morto il senno ed il valor di Roma, 
in te viveva il gran dir che avvolgea 
regali allori alla servil tua chioma.

Or ardi, Italia, al tuo Genio ancor queste 
reliquie estreme di cotanto impero; 
anzi il Toscano tuo parlar celeste

ognor più stempra nel sermon straniero, 
onde, più che di tua divisa veste, 
sia il vincitor di tua barbarie altero. 

 

 

Perché taccia il rumor di mia catena 
di lagrime, di speme, e di amor vivo, 
e di silenzio; ché pietà mi affrena 
se di lei parlo, o di lei penso e scrivo.

Tu sol mi ascolti, o solitario rivo, 
ove ogni notte amor seco mi mena, 
qui affido il pianto e i miei danni descrivo, 
qui tutta verso del dolor la piena.

E narro come i grandi occhi ridenti 
arsero d'immortal raggio il mio core, 
come la rosea bocca, e i rilucenti

odorati capelli, ed il candore 
delle divine membra, e i cari accenti 
m'insegnarono alfin pianger d'amore.

 

 

Così gl'interi giorni in lungo incerto 
sonno gemo! ma poi quando la bruna 
notte gli astri nel ciel chiama e la luna, 
e il freddo aer di mute ombre è coverto;

dove selvoso è il piano più deserto 
allor lento io vagabondo, ad una ad una 
palpo le piaghe onde la rea fotuna, 
e amore, e il mondo hanno il mio core aperto.

Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino, 
ed or prostrato ove strepitan l'onde, 
con le speranze mie parlo e deliro.

Ma per te le mortali ire e il destino 
spesso obblïando, a te, donna, io sospiro: 
luce degli occhi miei chi mi t'asconde?

 

 

Meritamente, però ch'io potei 
abbandonarti, or grido alle frementi 
onde che batton l'alpi, e i pianti miei 
sperdono sordi del Tirreno i venti.

Sperai, poiché mi han tratto uomini e Dei 
in lungo esilio fra spergiure genti 
dal bel paese ove meni sì rei, 
me sospirando, i tuoi giorni fiorenti,

sperai che il tempo, e i duri casi, e queste 
rupi ch'io varco anelando, e le eterne 
ov'io qual fiera dormo atre foreste,

sarien ristoro al mio cor sanguinente; 
ahi vota speme! Amor fra l'ombre e inferne 
seguirammi immortale, onnipotente.

 

 

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, 
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto, 
labbro tumido acceso, e tersi denti, 
capo chino, bel collo, e largo petto;

giuste membra; vestir semplice eletto; 
ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti; 
sobrio, umano, leal, prodigo, schietto; 
avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

talor di lingua, e spesso di man prode; 
mesto i più giorni e solo, ognor pensoso, 
pronto, iracondo, inquïeto, tenace:

di vizi ricco e di virtù, do lode 
alla ragion, ma corro ove al cor piace: 
morte sol mi darà fama e riposo.

 

 

E tu ne' carmi avrai perenne vita 
sponda che Arno saluta in suo cammino 
partendo la città che dal latino 
nome accogliea finor l'ombra fuggita.

Già dal tuo ponte all'onda impaurita 
il papale furore e il ghibellino 
mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino 
del fero vate la magion si addita.

Per me cara, felice, inclita riva 
ove sovente i pie' leggiadri mosse 
colei che vera al portamento Diva

in me vologeva sue luci beate, 
mentr'io sentia dai crin d'oro commosse 
spirar ambrosia l'aure innamorate.

 

 

Che stai? già il secol l'orma ultima lascia; 
dove del tempo son le leggi rotte 
precipita, portando entro la notte 
quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia, 
troppo hai del viver tuo l'ore prodotte; 
or meglio vivi, e con fatiche dotte 
a chi diratti antico esempi lascia.

Figlio infelice, e disperato amante, 
e senza patria, a tutti aspro e a te stesso, 
giovine d'anni e rugoso in sembiante,

che stai? breve è la vita, e lunga è l'arte; 
a chi altamente oprar non è concesso 
fama tentino almen libere carte. 

 

La tempesta

Sparve il sereno, o Doride,
Dal ciel, già mugge il vento
Fra gli alberi, e succedono
Silenzio, orror, spavento.

Tutti gli augei si turbano
Entro i lor nidi ascosi,
Ove i concerti obbliano
De' canti armoniosi.

Sol vedesi la rondine,
Priva de' suoi compagni,
Rader la superficie
De' paludosi stagni.

Vien, Dori, vien: cerchiamoci
Salvar dalla tempesta,
Ve' quante rose chinano
La tenerella testa.

Sopra di loro il turbine
Tetre minacce ha sciolte,
Sembra che solo bramino
Esser da tue man colte.

Come all'aspetto tremano
Di lor vicina morte,
Le cogli, o Dori tenera,
Pria di sì 'nfausta sorte.
Spiri la gaia porpora
Delle lor foglie lievi
Del seno tuo purissimo
Su le ridenti nevi.

Ecco dal nembo torbido
In parte siam sicura,
Qual sotto questa pergola
Si temerà sventura?

Felicitade amabile!
In questo asilo ombroso
Ci attende di bei grappoli
Il succo delizioso.

Fiero Aquilone, or l'impeto
Del tuo furor qui puoi
Spiegar, e al sen di Doride
Torre anche il vel se vuoi.

 

 

Alla bellezza

O tu, cui dolce imperio
Su i cor natura diede,

Bionda beltà, cui servono
Tenero Amore e Fede,

De' versi miei spontanei
Accetta ingenuo dono,
Se a te i miei versi piacciono
Anch'io poeta or sono.

D'un tuo sorriso roseo
Irraggia i canti miei,
Che i tuoi sorrisi beano
Fin su l'Olimpo i Dei.

Tu di leggiadra vergine
Splendi negli occhi vaghi,
Donde con dardi amabili
Soavemente impiaghi;

E tu sul labbro armonico,
O Dea, vi stai scolpita,
Che mentre accenti modula
A sospirare invita.

Ancelle tue ti sieguono
Le linde Grazie, e stanno
Tutte su un braccio latteo
Con cui tu tessi inganno:

Inganno tessi; e all'anima
D'un giovanetto amante
Rendi più dolce e tenero
Il vezzo più incostante.

Ma, o bionda Dea, se furono
A te miei spirti avvinti,
Se i miei versi cantarono
Da' tuoi color dipinti;

Pietà d'un Vate: al misero
Gli arde fanciulla il seno;
Fa' ch'ella sia più stabile,
O men vezzosa almeno.

Vola ne' dì purpurei
Il garzoncel di Flora;
Vieni, ella dice, o Zefiro,
In braccio a chi t'adora;

Vieni... Ma sordo e celere
Ei fugge, e non l'ascolta;
Quando a lui piace è libero,
E la catena ha sciolta.

Ahi che pur scioglie il laccio
Questa tirannà mia;
Ama: ma impune fuggesi
D'amor s'ella il desia.

Lasso! ch'io pur desidero
Fuggir da' lacci suoi,
Ma tu, beltade amabile,
Tu consentir non vuoi.

 

 

 

 

altri poeti presenti nel sito :

Migliori Siti