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LA POESIA NELLA MUSICA

LE MIE POESIE-DOLCELUNA

GUESTBOOK

PRIMA DI ANDARTENE

 

G I O V A N N I    P A S C O L I

 

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da: Canti di Castelvecchio

LA POESIA

I
Io sono una lampada ch'arda
soave!
la lampada, forse, che guarda,
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;
e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell'ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici rócche
che albeggiano in fila:
ragioni, novelle, e saluti
d'amore, all'orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentite
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi:

II
la lampada, forse, che a cena
raduna;
che sboccia sul bianco, e serena
su l'ampia tovaglia sta, luna
su prato di neve;
e arride al giocondo convito;
poi cenna,
d'un tratto, ad un piccolo dito,
là, nero tuttor della penna
che corre e che beve:
ma lascia nell'ombra, alla mensa,
la madre, nel tempo ch'esplora
la figlia più grande che pensa
guardando il mio raggio d'aurora:
rapita nell'aurea mia fiamma
non sente lo sguardo tuo vano;
già fugge, è già, povera mamma,
lontano!

III
Se già non la lampada io sia,
che oscilla
davanti a una dolce Maria,
vivendo dell'umile stilla
di cento capanne:
raccolgo l'uguale tributo
d'ulivo
da tutta la villa, e il saluto
del colle sassoso e del rivo
sonante di canne:
e incende, il mio raggio, di sera,
tra l'ombra di mesta viola,
nel ciglio che prega e dispera,
la povera lagrima sola;
e muore, nei lucidi albori,
tremando, il mio pallido raggio,
tra cori di vergini e fiori
di maggio:

IV
o quella, velata, che al fianco
t'addita
la donna più bianca del bianco
lenzuolo, che in grembo, assopita,
matura il tuo seme;
o quella che irraggia una cuna
- la barca
che, alzando il fanal di fortuna,
nel mare dell'essere varca,
si dondola, e geme -;
o quella che illumina tacita
tombe profonde - con visi
scarniti di vecchi; tenaci
di vergini bionde sorrisi;
tua madre!... nell'ombra senz'ore,
per te, dal suo triste riposo,
congiunge le mani al suo cuore
già róso! -

V
Io sono la lampada ch'arde
soave!
nell'ore più sole e più tarde,
nell'ombra più mesta, più grave,
più buona, o fratello!
Ch'io penda sul capo a fanciulla
che pensa,
su madre che prega, su culla
che piange, su garrula mensa,
su tacito avello;
lontano risplende l'ardore
mio casto all'errante che trita
notturno, piangendo nel cuore,
la pallida via della vita:
s'arresta; ma vede il mio raggio,
che gli arde nell'anima blando:
riprende l'oscuro viaggio
cantando.


NEBBIA

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli
d'aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.

IL GELSOMINO NOTTURNO

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E` l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

L' IMBRUNIRE

Cielo e Terra dicono qualcosa
l'uno all'altro nella dolce sera.
Una stella nell'aria di rosa,
un lumino nell'oscurità.
I Terreni parlano ai Celesti,
quando, o Terra, ridiventi nera;
quando sembra che l'ora s'arresti,
nell'attesa di ciò che sarà.
Tre pianeti su l'azzurro gorgo,
tre finestre lungo il fiume oscuro;
sette case nel tacito borgo,
sette Pleiadi un poco più su.
Case nere: bianche gallinelle!
Case sparse: Sirio, Algol, Arturo!
Una stella od un gruppo di stelle
per ogni uomo o per ogni tribù.
Quelle case sono ognuna un mondo
con la fiamma dentro, che traspare;
e c'è dentro un tumulto giocondo
che non s'ode a due passi di là.
E tra i mondi, come un grigio velo,
erra il fumo d'ogni focolare.
La Via Lattea s'esala nel cielo,
per la tremola serenità.

 

LA CAVALLA STORNA


Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d'otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla".
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l'amavi forte!
Con lui c'eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l'ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l'agonia..."
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
"O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l'eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole".
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l'abbracciò su la criniera
"O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
esso t'è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come".
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l'unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.

VALENTINO

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de' tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d'un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità.


IL BOLIDE


Tutto annerò.
Brillava, in alto in alto, il cielo azzurro.
In via con me non c'eri, in lontananza, se non tu, Rio Salto.
 

Io non t'udiva: udivo i cantonieri tuoi,
le rane, gridar rauche l'arrivo d'acqua,
sempre acqua, a maceri e poderi.
Ricordavo.
A' miei venti anni, mal vivo,
pensai tramata anche per me la morte nel sangue.
E, solo, a notte alta, venivo per questa via,
dove tra l'ombre smorte era il nemico, forse.
Io lento lento passava, e il cuore dentro battea forte.
Ma colui non vedrebbe il mio spavento,
sebben tremassi all'improvviso svolo d'una lucciola, a un sibilo di vento:
lento lento passavo: e il cuore a volo andava avanti.
E che dunque?
Uno schianto; e su la strada rantolerei, solo... no, non solo!
Lì presso è il camposanto, con la sua fioca lampada di vita.
Accorrerebbe la mia madre in pianto.
Mi sfiorerebbe appena con le dita:
le sue lagrime, come una rugiada nell'ombra, sentirei su la ferita.
Verranno gli altri,
e me di su la strada porteranno con loro esili gridi
a medicare nella lor contrada, così soave!
dove tu sorridi eternamente
sopra il tuo giaciglio fatto di muschi e d'erbe, come i nidi!
Mentre pensavo, e già sentìa, sul ciglio del fosso, nella siepe,
oltre un filare di viti, dietro un grande olmo,
un bisbiglio truce, un lampo, uno scoppio...
ecco scoppiare e brillare, cadere, esser caduto,
dall'infinito tremolìo stellare,
un globo d'oro, che si tuffò muto nelle campagne,
come in nebbie vane, vano;
ed illuminò nel suo minuto
siepi, solchi, capanne, e le fiumane erranti al buio,
e gruppi di foreste, e bianchi ammassi di città lontane.
Gridai, rapito sopra me: Vedeste?

Ma non v'era che il cielo alto e sereno.
Non ombra d'uomo, non rumor di péste.
Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno di grandi stelle;
il cielo, in cui sommerso mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell'Universo.
Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso errare, tra le stelle, in una stella.

 

 

 da: Nuovi Poemetti

Gli emigranti della luna

Canto secondo  - "Com' è la luna"

I

Scórsero i giorni, anche le notti; e il vento
soffiò più forte, e si levò la luna
più tardi, e il fuoco morto e il lume spento

s'era più presto: un'altra notte, e una
pallida nebbia errò su padri e figli
non sazi. Ma la madre era digiuna.

Destò la luna i languidi sbadigli
degli altri: a lei si rifletté su gli occhi
umidi e lustri sotto i curvi cigli.

Si scaldavano un poco ora i marmocchi
a lei. L'ultimo, in terra, il capo ciondo-
loni via via le urtava ai due ginocchi.

Ella parlò: "Se fosse qui quel biondo
grande... Ma egli prese la bisaccia
vuota; e chi sa, dov'ora è mai, del mondo?

Io gli avrei detto: Non è lei che ghiaccia
i fossi e i fiumi? Non è lei che imbeve
del suo biancore i lunghi teli e l'accia?

Non fa la brina e il gelo essa? Ci deve
far così freddo! tra le stelle sole,
liscie, lustranti! Quel biancore è neve..."

"No, mamma," disse la fanciulla: "è il Sole!"

II

E la tribù guardò nel cielo. Quella?
Dunque piena di sole essa trascorre,
di notte, come una più grande stella?

Una piccola Terra, or sulla torre,
or sull'abete... Ma quell'ombre? Monti,
quelle ombre, rupi valli greppi forre...

rughe: le rughe delle vecchie fronti.
Ma ella, dunque, è vecchia calva ossuta,
senza verde di frondi, acqua di fonti?

E la fanciulla disse: "Io l'ho veduta.
In un suo libro. Egli sapea contare
i monti e i mari. Io l'ascoltava muta.

C'è il Mare di Serenità. C'è il Mare
di Nubi. Anche, di Pioggie e di Tempeste.
Un altro Mare senza l'acque amare.

C'è la Palude delle Nebbie meste.
C'è anche un Seno, a goccia a goccia pieno
di guazza dalla grande alba celeste.

E c'è il Lago dei Sogni. Anche c'è il Seno
delle Iridi: tanti alti archi di porte
nel cielo: un infinito arcobaleno.

Vicino ai Sogni, il Lago della Morte".

III

Anche la morte? e dunque anche i viventi?
"No! no! nessuno. Chi v'andò, discese.
In terra avea del bene e le sue genti".

Dunque nessuno... O tacito paese
sopra le nubi, o isola del cielo,
che fiorisci e sfiorisci d'ogni mese!

Il sole ha fatto colassù lo sgelo!
Gli stagni son coperti ora dei gigli
d'acqua, a fior d'acqua sopra il lungo stelo.

Si sommergono gli alberi vermigli
dentro la cilestrina acqua dei laghi.
L'aria è fiorita dall'odor dei tigli.

E rossi e gialli spuntano tra gli aghi
d'abeti e pini, che nessun calpesta,
fiori, bocche di lupi, occhi di draghi...

Al dolce vento trema la foresta.
Dalla foresta vengono col vento
lontane voci di campane a festa...

Vi s'ode ancora un palpito più lento,
un tuffo molle a quando a quando, un va
e vieni: ondeggiamento sonnolento,

lassù, nel Mare di Serenità.

 

 

      

 

Canto quinto  - "L'altra faccia della luna"

I
Crescea la luna. Ognuno già per ogni
plaga passava come a lui straniera.
Ognuno al Lago ora pensò, dei Sogni.

Forse la morte non temean, tant'era
la lor tristezza. E il Lago era pur bello
con le bianche ninfee di primavera!

Ivi abbracciato al dolce oblìo gemello
era il ricordo. Ivi cantava un nido,
da sé, partito ch'era già l'uccello.

Cantava il cuore, ora, da sé, col grido
d'allora, a notte! E ve l'udian cantare
i soli morti assisi lungo il lido.

Ed era il Lago ora nel lume, e chiare
fiorian le schiume. Ecco, una luce scialba
si diffondea nel Caucaso lunare.

E dalle grotte orlate di vitalba
videro, i due, rifulgere le accette
lassù, nel monte, tra il chiaror dell'alba.

S'udiva per le valli e per le strette
l'arido scroscio delle foglie morte...
I lor compagni erano sulle vette,

volti ai Laghi dei Sogni e della Morte!
II

E si levò tra quelle genti un suono
dolce di voce. Usciva allor da un velo
rado la luna pendula, dal cono

d'un abete. Una nebbia, un ragnatelo
di luce scialba tremolò su crani
lustri, su cenci e bioccoli di pelo;

e rifulsero allora occhi lontani,
zuppi di sogno, e bocche aperte a un alto
ululo. Il pugno si stringean le mani.

Videro tutti là, di soprassalto,
quella fanciulla, con le braccia in croce,
bianca sul liscio lago di cobalto.

Ella parlava timida e veloce.
Quello che ammansa, quello che consola,
pioveva dalla giovinetta voce.

"Io l'ho veduta. Corre sempre, vola,
passa. Ma mentre va, che non mai posa,
a noi non volge che una parte sola.

Vediamo, noi, nel cielo azzurro o rosa,
sempre quelle montagne, sempre quelle
paludi. Sempre. Ma di là? Che cosa

è mai di là, verso le grandi stelle?"

III

E la luna fu mezza. Erano tutti
di là. Ciascuno avea varcato un nero
cerchio di monti, un bianco orlo di flutti.

Ciascuno andava per un suo sentiero.
Movean lassù per il paese vuoto,
silenzïoso come il lor pensiero.

Movean pensosi; e cancellava il moto
l'orme sue stesse; per l'eternamente
non visto, per l'eternamente ignoto;

là, dove il tutto rifiorìa dal niente,
libero, dove s'adempìa perenne
un sogno, sogno del buon Dio dormente.

C'era anche il pane. E c'erano le renne
placide, il latte, il fuoco: tutto! Oh! molto
pensava il vecchio: ma di là non venne.

Oh! la sua Terra! Egli torceva il volto.
Veder la Terra gli era assai; ché infine
e' non doveva ch'esservi sepolto.

Oh! pur dal fascio, ch'era, lì, di spine,
all'appressarsi dell'oscurità,
veder la Terra rosseggiar sul crine

delle montagne e dileguar di là!

      

 


 

  da: Myricae

Le gioie del poeta

II
IL MIRACOLO

Vedeste, al tocco suo, morte pupille!
Vedeste in cielo bianchi lastricati
con macchie azzurre tra le lastre rare;

bianche le fratte, bianchi erano i prati,
queto fumava un bianco casolare,
sfogliava il mandorlo ali di farfalle.

Vedeste l'erba lucido tappeto,
e sulle pietre il musco smeraldino;
tremava il verde ciuffo del canneto,
sbocciava la ninfea nell'acquitrino,
tra rane verdi e verdi raganelle.

Vedeste azzurro scendere il ruscello
fuori dei monti, fuor delle foreste,
e quelle creste, aereo castello,
tagliare in cielo un lembo piu celeste:
era colore di viola il colle.

Vedeste in mezzo a nuvole di cloro
rossa raggiar la fuga de' palazzi
lungo la ripa, ed il tramonto d'oro
dalle vetrate vaporare a sprazzi,
a larghi fasci, a tremule scintille.

Dormono i corvi dentro i lecci oscuri
qualche fiaccola va pei cimiteri;
dentro i palazzi, dentro gli abituri,
al buio, accanto ai grandi letti neri,
dormono nere e piccole le culle.


 

 Finestra illuminata

I
MEZZANOTTE
a A. B.

Otto... nove... anche un tocco: e lenta scorre
l'ora; ed un altro... un altro. Uggiola un cane.
Un chiù singhiozza da non so qual torre.

È mezzanotte. Un doppio suon di pesta
s'ode, che passa. C'è per vie lontane
un rotolìo di carri che s'arresta

di colpo. Tutto è chiuso, senza forme,
senza colori, senza vita. Brilla,
sola nel mezzo alla città che dorme,
una finestra, come una pupilla

aperta. Uomo che vegli nella stanza
illuminata, chi ti fa vegliare?
dolore antico o giovine speranza?

IX
VAGITO

Mammina . . . bianca sopra il letto bianco
tu dormi. Chi sul volto ti compose
quel dolor pago e quel sorriso stanco ?

Tu dormi: intorno al languido origliere
tutto biancheggia. Intorno a te le cose
fanno piccoli cenni di tacere.

E tutto albeggia e tutto tace. Il fine
è questo, è questo il cominciar d'un rito?
Di tra un silenzio candido di trine
parla il mistero in suono di vagito.

 In campagna

I
IL VECCHIO DEI CAMPI

Al soie, al fuoco, sue novelle ha pronte
il bianco vecchio dalla faccia austera,
che si ricorda, solo ormai, del ponte,
quando non c'era.

Racconta al sole (i buoi fumidi stanno,
fissando immoti la sua lenta fola)
come far sacca si dové, quell'anno,
delle lenzuola.

Racconta al fuoco (sfrigola bel bello
un ciocco d'olmo in tanto che ragiona),
come a far erba uscisse con Rondello
Buovo d'Antona.

 

IX
IL PASSERO SOLITARIO

Tu nella torre avita,
passero solitario,
tenti la tua tastiera,
come nel santuario
monaca prigioniera
l'organo, a fior di dita;

che pallida, fugace,
stupì tre note, chiuse
nell'organo, tre sole,
in un istante effuse,
tre come tre parole
ch'ella ha sepolte, in pace.

Da un ermo santuario
che sa di morto incenso
nelle grandi arche vuote,
di tra un silenzio immenso
mandi le tue tre note,
spirito solitario.

    

XIV
PIOGGIA

Cantava al buio d'aia in aia il gallo.

E gracidò nel bosco la cornacchia:
il sole si mostrava a finestrelle.
Il sol dorò la nebbia della macchia,
poi si nascose; e piovve a catinelle.
Poi tra il cantare delle raganelle
guizzò sui campi un raggio lungo e giallo.

Stupìano i rondinotti dell'estate
di quel sottile scendere di spille:
era un brusìo con languide sorsate
e chiazze larghe e picchi a mille a mille;
poi singhiozzi, e gocciar rado di stille:
di stille d'oro in coppe di cristallo.
 

      

 

 Dolcezze

IV
MARE

M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l'onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l'acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d'argento.

Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

VIII
NOTTE

Siedon fanciulle ad arcolai ronzanti,
e la lucerna i biondi capi indora:

i biondi capi, i neri occhi stellanti,
volgono alla finestra ad ora ad ora:

attendon esse a cavalieri erranti
che varcano la tenebra sonora?

Parlan d'amor, di cortesie, d'incanti:
così parlando aspettano l'aurora.

 

 

Alberi e fiori

IV
ROSA DI MACCHIA

Rosa di macchia, che dall'irta rama
ridi non vista a quella montanina,
che stornellando passa e che ti chiama
rosa canina;

se sottil mano i fiori tuoi non coglie,
non ti dolere della tua fortuna:
le invidïate rose centofoglie
colgano a una

a una: al freddo sibilar del vento
che l'arse foglie a una a una stacca,
irto il rosaio dondolerà lento
senza una bacca;

ma tu di bacche brillerai nel lutto
del grigio inverno; al rifiorir dell'anno
i fiori nuovi a qualche vizzo frutto
sorrideranno:

e te, col tempo, stupirà cresciuta
quella che all'alba svolta già leggiera
col suo stornello, e risalirà muta,
forse, una sera.

VIII
VIOLE D'INVERNO

- D'onde, o vecchina, queste vïolette
serene come un lontanar di monti
nel puro occaso ? Poi che il gelo ha strette
tutte le fonti ;

il gelo brucia dalle stelle, o nonna,
ogni foglia, ogni radica, ogni zolla -
- Tiepida, sappi, lungo la Corsonna
geme una polla.

Là noi sciacquiamo il candido bucato
nell'onda calda in mezzo a nevi e brine;
e il poggio è pieno di vïole, e il prato
di pratelline -

Ah! . . . ma, poeta, non ancor nel pio
tuo cuore è l'onda che discioglie il gelo ?
non è la polla, calda nell'oblio
freddo del cielo?

Ché sempre, se ti agghiaccia la sventura,
se l'odio altrui ti spoglia e ti desola,
spunta, al tepor dell'anima tua pura,
qualche vïola.

ULTIMO SOGNO

Da un immoto fragor di carrïaggi
ferrei, moventi verso l'infinito
tra schiocchi acuti e fremiti selvaggi...
un silenzio improvviso. Ero guarito.

Era spirato il nembo del mio male
in un alito. Un muovere di ciglia;
e vidi la mia madre al capezzale:
io la guardava senza meraviglia.

Libero!... inerte sì, forse, quand'io
le mani al petto sciogliere volessi:
ma non volevo. Udivasi un fruscio
sottile, assiduo, quasi di cipressi;

quasi d'un fiume che cercasse il mare
inesistente, in un immenso piano:
io ne seguiva il vano sussurrare,
sempre lo stesso, sempre più lontano.

 

Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

 


 

      

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