INDEX  HOME-MENU  LA POESIA NELLA MUSICA  POESIE-DOLCELUNA  HAIKU  GUESTBOOK  PRIMA DI ANDARTENE

 

 

 

 

 

 

   

Talor, sognando, mi raccolgo anch’io
Sopra la cima d’un ridente clivo,
In una villa tacita, e là vivo
Solo con te, le mie memorie e Dio.

-.. da: L'amore al tramonto ..-

 

 

 

 

 

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DALL'INVERNO ALLA PRIMAVERA

Quando l'inverno muore lentamente nella primavera, 
nelle sere di quei bei giorni limpidi, lieti, senza vento, 
su cui si tengono spalancate per le prime volte le finestre 
e si portano sulle terrazze i vasi dei fiori, 
le città offrono uno spettacolo gentile e pieno d'allegrezza e di poesia.
A passeggiare per le vie si sente, di tratto in tratto, sul viso, 
un'ondata d'aria tiepida, odorosa. 
Di che? di quali fiori? di quali erbe? Chi lo sa!

 

SE FOSSI UN PITTORE

(A mia madre)

 

Non sempre il tempo la beltà cancella,

o la sfioran le lagrime e gli affanni;

mia madre ha sessant'anni

e più la guardo e più mi sembra bella.

 

Non ha un detto, un sorriso, un atto,

che non mi tocchi dolcemente il core!...

Ah! Se fossi pittore:

farei tutta la vita il suo ritratto.

 

Vorrei ritrarla quando china il viso

perch'io le baci la sua treccia bianca,

o quando, inferma o stanca,

nasconde il suo dolor sotto un sorriso...

 

Ma se fosse un mio pregio in cielo accolto,

non chiederei del gran pittor d'Urbino

il pennello divino

per coronar di gloria il suo bel volto,

 

vorrei poter cangiar vita con vita,

darle tutto il vigor degli anni miei,

veder me vecchio, e lei

dal sacrificio mio ringiovanita.

 

GRANDINATA

L’aria s’affredda, il sole si nasconde,
Radon la terra i passeri sgomenti,
Fuggon nel polverío, preda dei venti,
Le inaridite foglie vagabonde;

Fra le voci del ciel cupe e profonde
Sonano risa e passi di fuggenti,
E strilli acuti, e colpi vïolenti
D’imposte, e un lamentío lungo di fronde.

Poi tace la città trista e soletta
E dietro ogni finestra ansiosamente
S’affaccia un volto attonito che aspetta.

Casca e salta ad un tratto al piede mio
Un granellino bianco e rilucente....
Eccola, viene che la manda Iddio.

Strepitando vien giù candida e bella,
Batte il suol, tronca i rami, il cielo oscura,
E nelle grigie vie sonante e dura
Picchia, rimbalza, rotola, saltella;

Squassa le gronde, i tetti alti flagella,
Sbriciola sibilando la verzura,
Ricasca dai terrazzi e nelle mura
S’infrange, e vasi e vetri urta e sfracella;

E per tutto s’ammonta e tutto imbianca;
Ma lentamente l’ira sua declina
E solca l’aria diradata e stanca;

Poi di repente più maligna stride,
Poi tutto tace, e sulla gran ruina
Perfidamente il ciel limpido ride.

 

SOTTO LE MURA DI ROMA

Rammenti, amico mio, che belle notti
Dormimmo là nei rozzi casolari,
In mezzo ai cani, ai sorci, ai cavallari,
A traverso a le tavole e a le botti?

E come poi, dal sol d’Italia cotti,
Al lieto suon dei canti militari
Passammo porta Pia, senza danari,
Sporchi, affamati e coi calzoni rotti?

O istanti memorabili! Fu quella
La più celeste delle ebbrezze mie.
La mia gioia più nobile e più bella!

Col viso ne la polvere, carponi
Mi sarei tratto per le sacre vie....

Ma lo potevo far con quei calzoni?

 

SULLA STRADA FERRATA

Corre il treno sonante in riva al mare.
Entra del monte ne la negra mole,
Esco, e d’un grido risaluta il sole,
E dentro al bosco sibilando spare;

Quindi sul ponte rimbombante appare.
Borghi sorvola, camposanti, aiuole,
E cupe valli taciturne e sole
E quete ville solitarie e care;

E simili a fantasime sui piani
Passano le casupole e le piante
E fuggono gli attoniti villani,

E poi rallenta il corso anzi la meta,
E grave tra edifici alti l’ansante
Ira dei negri ordigni arsi si cheta.

Si riparte, e siam qui come ranocchi,
Otto, in una caldaia maladetta,
Un’ordinanza, un prete, una servetta,
Un inglese, una balia e due marmocchi.

Ho il prete enorme e rosso innanzi agli occhi,
Ho tra le gambe un cesto e una cassetta,
Sento un’elsa di qua, di là una tetta,
E un piede dell’inglese sui ginocchi.

La grossa balia in faccia mi starnuta,
Strillano i bimbi, l’ordinanza fuma,
La serva tosse e il reverendo sputa;

E non so chi d’arcane aure leggere
Tacitamente il carcere profuma....
E tutto questo è un treno di piacere.

 

 

SUL MARE

Mugge e strepita il mar, danza il naviglio,
E scricchia e geme, e par che grazia implori,
E piatti e vetri a lunghi urti sonori
Accompagnan la danza e lo scompiglio.

Sul ponte qua e là cercano appiglio
Le signore smarrite; i servitori
Lesti accorrono ai súbiti languori
E ognun cerca a tentoni il suo giaciglio:

E incomincia a sonar da tutti i lati
Un concerto di rantoli mortali
E d’acri tossi e di catini urtati;

Solo due genovesi al desco stretti
Succhiano, discorrendo di cambiali,
Una brava minaestra de’ spaghetti.

 

LA PIOGGIA

Con che dolcezza i primi anni rammento
E i miei trastulli e il mio paterno tetto
Sporgendo il volto a questo vivo e schietto
Odor di pioggia che mi porta il vento!

Riveggo il padre mio sui libri intento,
Dorato dal chiaror del caminetto,
E risento dal piccolo mio letto
Delle lunghe notturne acque il lamento.

E sogno ancora i pellegrini erranti
Per vaste selve e nere alte castella
Nido ospital di fuggitivi amanti;

E un vago raggio dell’età fuggita
Al già stanco mio sguardo il mondo abbella....
Odorando la pioggia, amo la vita.

 

ALLA PIOGGIA

Scendi a torrenti, giù, pioggia feconda.
Riga il ciel de le tua fila infinite,
Ravviva i germi, suscita le vite
Nel seno de la terra sitibonda!

Scroscia ne la città negra ed immonda,
Gorgoglia ne le piazze inaridite,
Lava i sobborghi, spazza la mefite,
Corri, schizza, ringorga, inaffia, inonda!

Vedi, tutto si scote e si ridesta
Sotto ai sonanti sprazzi cristallini,
Tutto sgocciola, tremola e fa festa,

E dai vetri t’applaudono i bambini
E i fiori verso te levan la testa
E le donne ti mostrano i piedini.

 

ALLA TERRA

T’amo, feconda e pia terra, e t’ammiro,
E ti palpo, e di te colmo le mani,
E su te chino il volto, avido, e i sani
Profumi tuoi, riconoscente, aspiro;

E in te l’occhio figgendo, in breve giro
Scopro monti e foreste e valli e piani,
E mi smarrisco per recessi arcani,
E dietro a mille vaghe ombre sospiro.

E a traverso a’ tuoi strati in te sprofondo
Con paurosa voluttà la mente
Fino all’intime viscere del mondo,

E bacio il manto tuo florido e bello,
Terra forte, gentil, fida, innocente,
Che ricopri mio padre e mio fratello.

 

L'ULTIMO GIORNO

Vorrei morire in questa bianca villa,
Su questo colle dai castagni ombrato,
All’alito d’un vento profumato,
Una mattina limpida e tranquilla

E de la vita l’ultima scintilla
Espandere in un lieto inno al creato,
E dare all’orizzonte imporporato
L’ultimo lampo de la mia pupilla.

Ma non vorrei nella stanzetta mia
Avere i figli addolorati al fianco,
Non li vorrei turbar con l’agonia;

Vorrei che a me tornando in sull’aurora
Mi trovassero qui, placido e bianco,
Quasi nell’atto d’aspettarli ancora.

 

 

 

L'AMORE AL TRAMONTO

Talor, sognando, mi raccolgo anch’io
Sopra la cima d’un ridente clivo,
In una villa tacita, e là vivo
Solo con te, le mie memorie e Dio.

In questo nido solitario e pio
Riposa il nostro cor del mondo schivo;
Tu governi la casa, io penso e scrivo,
Io sempre nel tuo core e tu nel mio.

Così trascorre sino all’ultim’ora
Il nostro dolce amore al mondo ascoso,
E il tramonto è più bello dell’aurora;

Tu chini il capo bianco e vacillante
Sul fido petto del tuo vecchio sposo,
Ed io palpito ancor come un amante.

E già, rapito nella mia ventura,
Mi fingo nel pensier te vocchierella
Coi capelli raccolti in bianche anella
E un mazzetto di chiavi alla cintura.

Io levo il capo da la mia lettura
Per ridirti che t’amo e che sei bella,
E tu sorridi e fuggi allegra e snella
Dicendo che son pazzo e che hai premura.

E la sera pei colli, a lenti passi,
Vecchierello galante, con la mazza
T’andrò dinanzi rimovendo i sassi;

E verrà un ottantenne e podagroso
Curato a desinar sulla terrazza,
E tu sarai beata, ed io geloso.

 

ALLA GLORIA

Bagliore d’un momento
Che offuschi le pupille,
Nuvolo di scintille
Che si disperde al vento

Serto sanguinolento
Irto d’atroci spille,
Plauso gentil dei mille,
Odio mortal dei cento,

Madre d’immensi mali,
Bersaglio ai farabutti,
Premio degl’immortali,

Sogno e sospir di tutti.
Gloria fatal, non vali
Un bacio de’ miei putti.

A FIRENZE

Arno gentil, fiorenti
Prati de le Cascine,
Leggiadre palazzine,
Superbi monumenti,

Bianche ville ridenti
Sparse per le colline,
Vezzose fiorentine
Dai musicali accenti,

Bella città dei fiori
Piena di glorie sante,
Cinta d’eterni allori;

Culla immortal di Dante
Che l’universo onori,
T’amo come un amante.

NEL GIARDINO

Col guardingo terror d’un masnadiero
Io m’avanzava, al lume de le stelle,
Tra le cupe gaggìe roride e belle
Premendo appena il candido sentiero.

Quindi carponi, in un boschetto nero,
I panni crivellandomi e la pelle,
Lento lento giungea fra le mortelle
A una casetta piena di mistero.

E rampicavo là con disperato
Impeto su per la muraglia annosa,
Muto, caldo, fremente, insanguinato,

E l’aperta finestra appena tocca
Sentìa dentro a una nuvola odorosa
La celeste pietà de la sua bocca.

 

 

 

AL MARE

Salve, o gran mar! Come un eterno aprile
Al canto sempre il riso tuo m’invita
E mi fa ne la carne invigorita
L’onda bollir del sangue giovanile.

Salve, adorato mar! Sgomento al vile,
Tripudio al valoroso, all’egro vita,
Mistero immenso, gioventù infinita,
Bellezza formidabile e gentile!

T’amo allor che l’immane ira nei liti
Frangi, dei lampi al funeral bagliore,
Amo i tuoi flutti enormi e i tuoi ruggiti;

Ma più assai de’ ruggiti il tuo susurro
Lento e solenne che addormenta il core,
O sterminato cimitero azzurro.

 

IL 20 SETTEMBRE 1870

Anch’io gl’intesi i primi inni guerrieri
Sonar ne la città sacra a le genti,
E scendere a fiumane i reggimenti
Per le solenni vie belli ed alteri!

Scendean raggianti, tempestosi e neri
Fra i muti chiostri e gli alti monumenti,
E le grida e i singhiozzi dei redenti
Eran dell’onda armata i messaggeri;

E mentre qui tra le fraterne schiere
Rompea la folla, le invocate lame
Baciando e i volti amati e le bandiere,

Fuggìa di là stravolto e fremebondo,
Coll’onta in core, il mercenario infame
E rovinava sui suoi passi un mondo.



I MIEI BAMBINI


Benedetti ragazzi! E' un gran destino
dover troncare un inno od un bozzetto,
per aggiustar le ruote d'un carretto,
per incollar la testa a un burattino;

e trovarmi ogni giorno, in sul mattino,
un bastimento a vela in fondo al letto,
o una villetta svizzera sul petto,
o l'arca di Noè sotto il cuscino!

E sentir per le stanze e per le scale
squillar trombette da mattina a sera
come il dì del giudizio universale!

Ah! un giorno o l'altro li rimando a bàlia..
eccoli qui, quei musi da galera,
non ce n'è più belli in tutta Italia.

 


LA MAESTRA


Apri la tua bell'anima innocente,
bimbo, a costei che di tua madre ha il cuore,
e rendile in amore
la luce che ella fa nella tua mente.

Amala tu, per chi le affaticate
veglie ripaga di villano oblio;
amala, figlio mio,
pei bimbi tristi e per le madri ingrate.

Amala; e allor che dei suoi occhi il raggio
tremola stanco e le s'imbianca il viso,
tu, col più dolce riso
degli azzurri occhi tuoi, falle coraggio.

 

 

 

 

COME VORREI MORIRE       

 

Quando il pensiero di morir m’accese
Sempre m’apparve innanzi agli occhi ardenti
Un vasto pian, tra un cerchio di fiorenti
Colli rinchiuso e l’alpe piemontese;

E là vidi, a finir vecchie contese,
Irto di ferri, coi vessilli ai venti,
A furïosi e splendidi torrenti
L’esercito calar del mio paese.

E sognai di pugnar coi miei fratelli
Una battaglia che l’Italia affranchi
E le antiche mortali onte cancelli;

E cader là nel trionfal clamore
Dei reggimenti insanguinati e stanchi
Col sole in fronte ed una palla in core.

 

 

 

PIOVETE, O BACI

 

Piovete, baci, dolorosi, ardenti.
Dolci, solenni, disperati e santi,
Sugli infelici da la vita affranti,
Sui martiri, sui prodi e sui sapienti.

Piovete sopra i pargoli innocenti,
Sulle mani dei vecchi vacillanti,
Sopra la bocca de le donne amanti,
Sopra la fronte bianca dei morenti.

Piovete sulle teste umili e care
E sui grandi dolor senza parola,
Piovete su le culle e su le bare.

Piovete, baci, onnipotente arcana
Melodia che accompagna e che consola
Il pianto eterno della razza umana.

 

 

 

 

ALL'ARTE

 

Qualche volta t’insulto e mi ribello
A te, bell’Arte, amor mio maledetto;
Terribile cilicio all’intelletto,
Cancro orrendo del core e del cervello!

Con la penna, per te fatta coltello,
M’apro la fronte e mi dilanio il petto;
Per te m’è affanno ogni più dolce affetto,
Per te tortura ogni pensier più bello.

E intanto intorno a me ride il lavoro
Sano e tranquillo de la gente oscura,
E l’amor regna e la potenza e l’oro;

Ed io, stupido pazzo, invecchio e piango,
E più ti veggo bella, immensa e pura,
E più mi sento sprofondar nel fango.

 

 

 

 

AL LIBRO

 

Va, caro figlio del mio core, addio!
Va pel gentil paese,
E la gente ti sia mite e cortese;
Io t’ho scritto col sangue del cor mio.

Va, figlio, e posa su le bianche culle
E sul cor dei soldati,
E arridi ai giovanetti innamorati
E fa pensar le madri e le fanciulle.

Va, figlio, e porta ai bimbi una carezza,
E un saluto ai poeti,
E fra le mute e squallide pareti
Conforta la miseria e la vecchiezza;

E aggiungi un riso alle amorose feste
E ai convegni gentili,
E lascia un marchio sulle guancie ai vili
E getta un raggio su le fronti oneste.

 

L’ultima volta io ti comprimo al petto
E t’abbandono ai venti;
Va, frutto pio de le mie veglie ardenti,
Va, mio tormento amato e benedetto.

E il plauso non cercar, cerca l’amore,
L’amor donde sei nato;
Va, figlio, porta al mio paese amato
A stilla a stilla il sangue del mio core.

 

 

 

 

 

BONTA'                

( a un amico)                  

 

 

   Quella bontà che nel mio cor rinviene            
La bella anima tua fervida e pia
Non è che un’amorosa cortesia,
La cortesia dell’anime serene.

È una bontà che dal voler non viene,
È un istinto di pace e d’armonìa,
È una dolcezza che la madre mia
Mi trasfuse nell’ossa e nelle vene.

E non è mia virtù, ma mio destino;
Non merta il nome benedetto e santo
A cui la fronte reverente inchino;

Ho l’indulgenza, la dolcezza, il pianto,
Come ha il trillo gentile il cardellino:
La mia bontà, diletto amico, è un canto.

 

E chi m’offende con maligna mente
Non lo sdegno o lo sprezzo o l’odio o l’ira,
Ma una grande tristezza in cor m’ispira,
Una grande tristezza solamente.

E non solo a colui che il fa dolente
Il cor perdona, e l’amor suo sospira,
Ma sè stesso condanna e in sè s’adira
Chè altrui non sa ispirar quello ch’ei sente.

E le censure acerbe, e il franco e duro
Disdegno, e i colpi apertamente intesi
A umiliar l’orgoglio mio, non curo;

È l’odio freddo che il mio cor deride,
È l’odio di color che non offesi,
Questa è l’arma spietata che m’uccide.

 

Oh chi afflisse o ferì l’anima mia,
O nei begli anni dell’età ridente,
O nell’età che in lotte aspre e cruente
La gentilezza del perdono obblía,

Venga, venga da me, qualunque sia
La sua fede, il suo nome e la sua mente,
Venga superbo o triste o sorridente,
E incontrerà il mio bacio per la via.

Venga da me in un giorno di dolore,
Mi troverà una lacrima negli occhi
Ed un fraterno palpito nel core;

E stringerò il suo capo sul mio petto
E gli porrò i miei bimbi sui ginocchi
E sarà benvenuto e benedetto

 

E mi si disse: — Muterai natura
Sotto il morso crudel dei disinganni;
L’angelo de’ bei sogni aprirà i vanni,
Aprirà i vanni coll’età matura.

Voce bugiarda! È giunta la sventura
E l’onda amara dei virili affanni;
Ma sento sempre il cor come a vent’anni
E il sogno dell’antico angelo dura.

E cangi il mondo, rimarrò qual sono;
E vecchio, solo, derelitto, irriso,
Avrò ancora nell’anima il perdono;

E fin che non sarò nel cataletto,
Sulla mia bocca brillerà un sorriso
E nel mio core fremerà un affetto.

 

 

 

 

 

 

 

LEZIONE A FINESTRE APERTE


Questa è stata una delle più belle mattinate dell'anno...

Dalle finestre della scuola si vedeva il cielo azzurro,

gli alberi del giardino tutti coperti di germogli,

e le finestre delle case spalancate, con le cassette, e i vasi già verdeggianti.

Il maestro non rideva, ma era di buon umore, e spiegava un problema alla lavagna, celiando.

E si vedeva che provava piacere a respirar l'aria del giardino che veniva per le finestre aperte,

piena d'un buon odor fresco di terra e di foglie, che faceva pensare alle passeggiate campagna.

Mentre egli spiegava, si sentiva in una strada vicina un fabbro ferraio che batteva sull'incudine,

e nella casa di faccia una donna che cantava per addormentare il bambino.

Tutti parevano contenti.

A un certo momento il fabbro si mise a picchiar più forte, la donna a cantar più alto.

Il maestro s'interruppe e prestò l'orecchio.

Poi - disse lentamente, guardando per la finestra:

Il cielo che sorride, una madre che canta, un galantuomo che lavora, dei ragazzi che studiano:

ecco delle cose belle.

Quando uscimmo dalla classe, vedemmo che anche tutti gli altri erano allegri.

lo non sentii mai tanta contentezza come questa mattina

a veder mia madre che mi aspettava nella strada.

E glielo dissi, andandole incontro:

Sono contento: cos'è mai che mi fa così contento questa mattina?

E mia madre mi rispose sorridendo che era la bella stagione e la buona coscienza.

 

 

 

 

 

 

 

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